Non esistono elementi per datare la sua fondazione, ma le origini della storia di Canino sono da indagare con certezza facendo riferimento alla storia della vicina città etrusca di Vulci.  Secondo l’ipotesi più avallata, Canino sorse inizialmente come piccolo villaggio agricolo, detto pagus, prendendo il nome di una delle più importanti e nobili famiglie della città di Vulci, la “gens Caninia”. L’importanza del centro non era certamente paragonabile a quella della potente città di Vulci, ma andò crescendo proprio durante la fase di declino di quest’ultima: le invasioni romane e saracene unite alle sempre più precarie condizioni di vita, spinsero la popolazione di Vulci verso altri centri tra cui quello dell’originario villaggio agricolo di Canino, che andò espandendosi progressivamente.

Mancando elementi in grado di fornire una storia delle origini certa e dettagliata è doveroso menzionare la tavola Peutingeriana, ossia la mappa in cui viene indicata quella “statio ad Maternum” identificabile per alcuni come nucleo abitato di epoca romana nel territorio di Canino. L’esistenza di un centro romano abitato è stata effettivamente accertata da studi effettuati nella zona di Musignano, dove la presenza di importanti strutture termali ha dimostrato l’esistenza di un insediamento romano in quella zona.

La leggenda più nota legata al nome del paese, non tiene tuttavia in considerazione le reali origini storiche secondo le quali Canino deve il suo nome alla “gens Caninia”, ma vuole che l’antico nome del paese fosse Carino e fu cambiato in quello odierno considerato il temperamento litigioso dei suoi abitanti. Tale leggenda è ovviamente da ritenersi sfatata ma è doveroso ricordarla per l’interesse degli amanti delle leggende e storie popolari.

 

La locuzione “Mausoleum Caninii” che compare in una lettera conservata in una Bolla Pontificia emessa nell’anno 847 da Papa Leone IV che descrive i confini del territorio di Tuscania, apre un dibattito tra gli studiosi: piuttosto che al centro abitato di Canino, potrebbe essere riferita a un monumento funerario della “gens Caninia”.

Sarà un documento dell’anno 1180, il primo in ordine temporale ad oggi indagabile, a svelare con certezza la natura in questa data del centro abitato definito come “castrum”, sito fortificato. Oltre a svelare che Canino nella seconda metà del 1100 esisteva già come luogo fortificato, il documento informa che in tale data fu donato insieme al vicino paese di Cellere a Viterbo. Non è certa l’identità dell’autore della donazione che potrebbe essere Innocenzo III o Alessandro III.

Il 5 ottobre 1214 Canino rinsaldò la sua fedeltà a Viterbo con un atto di vassallaggio riconfermato nel 1254. Ma nel 1259, Canino alleatasi con Tuscania, si liberò dal rapporto di vassallaggio con Viterbo. Di fatto, anziché conquistare la libertà, cambiò solo rapporto di vassallaggio stabilendolo con la città di Tuscania alla quale ogni anno avrebbe dovuto offrire un cero votivo di dieci libbre per dimostrare la sua sottomissione.

Nel 1300, Canino riuscì a liberarsi da Tuscania che nel frattempo era stata assoggettata dal Campidoglio. Ma accordatasi con il Capitano del Senato, Tuscania riuscì ad avere nuovamente la meglio su Canino assoggettandola e chiedendo che i suoi abitanti, oltre al cero votivo, offrissero ogni anno l’esenzione da tasse, cinquanta soldati e due palii.

Canino in questa fase storica rispecchiò la storia dell’Italia intera, perennemente in balia di forze superiori, famiglie potenti, giochi meschini di potere e finì per essere assoggettata da eserciti e padroni diversi. Canino si schierò con i guelfi orvietani, fu occupata da Ludovico il Bavaro e successivamente dai prefetti di Vico e prima di conoscere una nuova fase di stabilizzazione passò sotto il vicariato di signori quali Paolo Orsini, , Angelo Broglio da Lavello, Ildebrando Conti.

Nel 1455 si aprì finalmente per Canino una nuova era di stabilizzazione e rinascita: Ranuccio III Farnese assunse il titolo di vicario temporale di una parte del paese. L’altra parte rimarrà per altri vent’anni sotto il potere della famiglia Conti. Ed è proprio durante questo periodo che si inserisce la vicenda che vede contrapposti i centri abitati di Canino e Castellardo, rocca distante pochi chilometri dal paese, che nel 1459 fu distrutta dai caninesi. I Farnese, famiglia che andò assumendo sempre più potere nella storia del tempo, erano riusciti ad assumerlo grazie ai rapporti coltivati con alcune famiglie nobili di Roma. Il loro potere crebbe esponenzialmente, fino ad incoronarli tra le famiglie italiane più potenti.

Sotto Ranuccio III la rocca fu ristrutturata, e vennero fatti una serie di interventi su fontane e palazzi.

Interessante sottolineare come la figura di una donna della casata Farnese, Giulia soprannominata “la Bella” riuscì ad innalzare le sorti del cognome: divenuta l’amante di Rodrigo Borgia che diventerà Papa Alessandro VI, riuscirà ad assicurare ai Farnese un avvenire glorioso. Il fratello di Giulia, Alessandro Farnese, nacque a Canino e venne nominato Papa Paolo III nel 1534. Già nel 1514, Alessandro aveva avuto il piacere di ospitare a Canino Papa Leone X, che invitò a partecipare ad una battuta di caccia per ringraziarlo della signoria concessagli su Canino. Paolo III fu sempre legato alle terre che gli dettero i natali. Il detto popolare a lui attribuito: “se vuoi vivere in eterno a Gradoli d’estate e a Canino d’inverno”, svela quanto amasse la mitezza del clima caninese, altre testimonianze storiche lo vogliono ghiotto del rinomato olio caninese. È doveroso ricordare che Paolo III fu il Papa che si fece carico delle spese per la realizzazione del “Giudizio universale” nella Cappella Sistina e che fu ritratto in segno di gratitudine da Michelangelo, come San Pietro. Fu uno dei più grandi mecenati del rinascimento e il Papa che convocò il Concilio di Trento. Nel 1537 eresse il Ducato di Catro, e Canino ne entrò a far parte.

Finché la storia di Canino gravitò intorno al cognome Farnese il territorio rinnovò la sua fortuna anno dopo anno conoscendo incremento demografico, miglioramenti nell’agricoltura, nelle condizioni di vita degli abitanti. Ma Paolo III concedendo la proprietà del Ducato di Castro ai propri discendenti inimicò i Farnese agli occhi del nuovo Papa Innocenzo X, che assediata Castro la distrusse nel 1649, spazzando via secoli di storia e la fortuna di Canino, che, passato sotto il dominio del Papa, cadde in un nuovo periodo di degrado e dimenticanza: gli abitanti diminuirono, le terre furono abbandonate perché poco redditizie, non vi furono interventi interessanti nell’urbanizzazione del paese, escludendo la costruzione della Collegiata.

 

Canino dovette attendere più di un secolo per poter rifiorire. Nel 1808 il piano della Badia e la Rocca di Canino nei confini del Patrimonio di San Pietro, comprendenti la zona di Musignano, furono acquistati da Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. I due Bonaparte giunsero allo scontro inconciliabile e Napoleone dichiarò che i motivi della lite erano da ricercare nella scelta matrimoniale di suo fratello, legatosi ad una donna considerata indegna ai suoi occhi, Alexandrine de Bleschamp. In realtà le dichiarazioni di Napoleone non svelarono la realtà dei fatti: Luciano era stato allontanato dalla Francia perché convinto repubblicano. I suoi ideali politici non si legavano a quelli del fratello che iniziò a credere sconveniente la presenza di una figura politica carismatica che avrebbe potuto oscurare o quantomeno ostacolare la sua scalata al potere. Eppure la scusa addotta come giustificazione per allontanare i coniugi venne ribadita dagli storici napoleonici, quasi a voler convincere i lettori che l’unico motivo che aveva infiammato lo scontro tra Napoleone e Luciano, risiedesse nella figura in carne ed ossa di Alexandrine de Bleschamp.

La presenza di Luciano a Canino rivitalizzò le attività del paese con una serie di iniziative volte a migliorare le condizioni di vita e la sua economia. Progressi furono fatti in diversi campi, dall’agricoltura all’allevamento, dall’urbanizzazione all’arte e la cultura. Fu ristrutturato il castello della Rocca e realizzate opere murarie.

Ma le truppe napoleoniche che assediarono lo stato pontificio obbligarono Luciano e famiglia a lasciare le proprietà di Canino e Musignano per tentare la fuga in America ma arrestati durante il viaggio rimasero prigionieri in Inghilterra fino al 1814, anno in cui, con l’esilio di Napoleone sull’isola d’Elba si aprì una nuova fase di assetto politico europeo.

Luciano liberato e rientrato a Canino con la sua famiglia, fu nominato Principe di Canino, con l’elevazione da parte del Papa Pio VII del feudo di Canino a principato.

I fatti che legano i Bonaparte a Canino sono numerosi e per brevità di cronaca è necessario ricordarne solo alcuni al lettore, almeno su questo sito, sperando che si appassioni vivamente e cerchi altrove notizie in riguardo. In tal senso sarà interessante ricordare che sia Alexandrine, moglie di Luciano che alcuni dei loro figli, dedicarono poesie al territorio di Canino, dimostrando un attaccamento sincero alle terre maremmane che li ospitarono e che Canino fece da cornice a all’amore coniugale di una coppia esemplare. Basti pensare che Napoleone offrì la corona di Spagna a Luciano, a condizione che il fratello divorziasse dalla moglie e che Luciano rifiutò la possibilità di avere potere su un intero regno per amore di Alexandrine.

Per onore di cronaca è necessario ricordare una delle questioni più controverse e dolorose legate ai Bonaparte di Canino: nel 1828 la Principessa Alexandrine intraprese una campagna di scavo archeologico presso Vulci. La bellezza e l’importanza dei reperti spinse Luciano a continuare le ricerche archeologiche che non delusero le aspettative regalando ai Bonaparte un cospicuo numero di bellezze antiche. Luciano nel tentativo di conferire un rigore scientifico alle sue ricerche pubblicò diverse opere sullo studio e l’approfondimento di tematiche di vivo interesse. I reperti furono venduti dai Bonaparte ad acquirenti privati ed Istituti museali di tutto il mondo. Una delle più cospicue collezioni di reperti etruschi ed attici dell’800, conobbe così una dispersione così importante da rendere difficile ad oggi la collocazione di molti reperti e addirittura il legame di alcuni con la città di Vulci. I reperti del territorio di Canino si trovano ovunque nel mondo da Berlino a Monaco, da Parigi a Londra e sono visionabili nei più prestigiosi musei. Alcuni credono che nell’era della globalizzazione tale visibilità nel mondo dovrebbe inorgoglire Canino, altri sottolineano come i Bonaparte si siano arricchiti vendendo i reperti, altri ancora rifacendosi alle parole dello studioso George Dennis, che descrisse le modalità di scavo condannabili dei Bonaparte, giudicano negativamente il loro operato. Effettivamente la critica moderna basa le sue considerazioni negative sui Bonaparte proprio facendo riferimento agli scritti del Dennis, dimenticandosi però di apporre uno studio filologico alla sua opera Città e cimiteri dell’Etruria, testo con un vivo slancio patriottico inglese, in cui si legge il pensiero dell’autore, convinto che l’Italia sia la penisola dell’arretratezza, dove dichiara di aver visto castelli che per l’architettura in Inghilterra sarebbero stati ospizi per matti. Inoltre, non erano gli Inglesi nemici giurati dei Bonaparte? È quindi ovvio che anche le parole del Dennis, addotte come esempio di testimonianza inequivocabile delle nefande imprese dei Bonaparte in Maremma andrebbero quantomeno indagate sotto le lente della filologia.

Luciano morì a Viterbo nel 1840, sua moglie Alexandrine commissionò il monumento funebre del marito, oggi nella Cappella Bonaparte nella Collegiata del paese, indicando nei minimi particolari i dettagli che lo avrebbero dovuto comporre. La bellezza del monumento, nato dalle mani dell’artista Luigi Pampaloni, risplende ancora oggi a Canino, dove riposa Luciano. A fare da cornice allo splendido monumento ve ne sono altri: due cenotafi dedicati rispettivamente alla prima moglie di Luciano Christine Boyer e a suo padre Carlo Luciano entrambi dell’artista Labourer. Di nota importanza è anche il monumento dedicato al piccolo figlio Giuseppe, morto prematuramente, attribuito ad Antonio Canova. Ad oggi la Cappella con i suoi monumenti, resta la testimonianza viva del legame dei Bonaparte con Canino.

Alexandrine continuò gli scavi nella zona di Vulci anche dopo la morte del marito, finché paga delle sue imprese, nel 1853 vendette il principato di Canino ad Alessandro Torlonia e si ritirò a Senigallia, dove morì nel 1855. Anche lei riposa oggi nella Cappella Bonaparte della Collegiata dove una lapide ricorda che il suo testamento volle lasciare 100 scudi l’anno ai poveri di Canino in segno di affetto verso il territorio e i suoi abitanti.

 

                                                                                                                       Michele Ranucci